CAPITOLO 9  - UNA VITTORIA IN DUE ROUND

Sono stata una bambina saggia, poi una ragazzina ben educata e sono adesso una donna giovane e garbata. Ma quando si tratta di correre a precipizio, alle quattro del mattino, verso la maternità della Magiagalli, con le mani strette intorno al pancione e mi fanno firmare le carte di ammissione esigendo, come se non bastasse, il numero del mio libretto sanitario, allora per poco non esplodo! Proprio come qualche ora fa, quando è esploso il tappo di quella bolla d'acqua in cui il mio piccolo nuotava da nove mesi.

Seguo un'infermiera piuttosto simpatica che mi conduce immediatamente in sala travaglio. Mi sdraio su un lettino duro, l'ostetrica mi solleva il cuscino e rimango ad aspettare con una pila di riviste a portata di mano, che il collo del mio utero si prepari al passaggio di Pulcinella ... Ogni ora un'infermiera viene a misurare l'apertura. Roberto mi sta di fianco e, a dire il vero, si annoia un pochino. L'unica distrazione è il monitor, che ci permette di misurare l'intensità delle contrazioni e di sorvegliare il ritmo cardiaco del piccolo.

Poi tutto si accelera. Le contrazioni si fanno più frequenti e più dolorose... Dolorosissime. Tento di mettere in pratica gli insegnamenti delle venti sedute del corso di respirazione. Non ci riesco proprio : la respirazione "a cagnolino" mi fa ansimare. Quando me la faranno questa maledetta epidurale? "Dieci centimetri: possiamo andare" dice il ginecologo, e comincia a spingere il mio letto a rotelle verso la sala-parto.

Mi avevano detto che i mariti sono di solito molto sensibili: gira loro la testa alla semplice vista dell'ago che servirà a iniettare l'anestetico. Ma non è il caso di Roberto: lui, se ne va al telefono, chiama sua madre e le dice: "Tutto va per il meglio, mamma, manca poco". Tutto va per il meglio, tutto va per il meglio: si vede che non c'è lui disteso su questo tavolo con un ago piantato nella schiena!

Ma pazienza: ancora qualche minuto e non sentirò più nulla. Non è che il tempo non passi, ma mi farebbe piacere che finalmente il piccolo facesse capolino sul mondo. Che siano quegli immensi fari all'uscita che lo intimidiscono? "Spinga signora" mi dice l'ostetrica. Ma cosa crede che stia facendo ? Sono stanca, ecco tutto. Non ho più vent'anni e in fatto di parto, mi manca l'allenamento.

Ed ecco che tutto si agita intorno a me. Nella confusione, vedo il ginecologo che si avvicina con un grande cucchiaio. "Adesso utilizzeremo un piccolo forcipe, non sentirà niente." Questo lo dice lui. E se deforma la testa al mio futuro premio di bellezza? Roberto mi accarezza la fronte. Mi sento stanchissima: sono in questa sala-parto da un ora e mezzo e il mio piccolo si fa ancora desiderare.

L'ostetrica mi incolla una maschera d'ossigeno sulla faccia. Riprendo un po' di forze. Incoraggiata, riprendo anche a spingere. Sembra di essere sul ring per un incontro di boxe, lo giuro. "Su forza, spinga, sta passando la testa" mi sprona l'ostetrica. Spingo con tutte le forze. Vedo una testa, due spalle, poi il corpo intero. Giulio Rossi, figlio di Roberto Rossi e di Mara Alberti, scorpione ascendente bilancia, 3 chili 430, niente denti e niente capelli, ma ben robusto (tutto il reparto maternità della Mangiagalli è al corrente del felice evento): è nato alla una e mezza, l'ora della siesta. Ma non si può dire che il suo parto sia stato di tutto riposo.

 


 

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