CAPITOLO 17  - LA GENTE E INGENUA

Non ho nulla contro l'umorismo, ma l'espressione "congedo di maternità" la trovo ridicola e di cattivo gusto. C'è gente, e ve lo giuro, che crede, nell'ingenuità più totale, che io passi i miei lunghi pomeriggi a rileggere i miei autori preferiti. Che alle 18.00 mi appassioni davanti "Beautiful" o, ancora, che io passi il mio tempo a dipingermi le unghie dei piedi nel trastullo più totale. Persino Roberto pensa che io me la spassi. "Che hai fatto di bello oggi?" mi dice al rientro dalla sua faticosissima giornata di lavoro. "Ho badato al bambino". "E' tutto?", si meraviglia invariabilmente. Un po' deluso, bisogna ammettere, di non trovare la tavola apparecchiata quando rientra e nemmeno una appetitosa specialità culinaria messa a dorare in forno. Mio marito vuole veramente sapere che cosa ho fatto, durante le ultime 12 ore? Ebbene: ho lavato 17 tutine, ho stirato alcune magliette, sono andata in farmacia con Giulio a comprare l'ossido di zinco. Poi, ancora, gli ho fatto il bagnetto. Gli ho preparato le sue prime frittelle di banana e mela. Ho impiegato quaranta minuti a tentare di fargliele ingurgitare. Tempo perso: sono finite tutte dentro la salopette e l'ho dovuto cambiare di sana pianta. Mi sono resa conto, (cambiandolo), che aveva il sederino arrossato. Niente più pomata. Allora, di nuovo andata e ritorno in farmacia. Poi è stata la volta del biberon a Giulio, l'attesa del ruttino di circostanza e poi a nanna. Anch'io. Ho almeno 24 ore di sonno arretrato, con tutte queste notti in bianco. Permetti che chiuda gli occhi per un oretta mentre il piccolo fa la sua siesta?". "Va bene, va bene, calmati; mi domando semplicemente come farai quando ne avrai quattro di bambini. E' sempre stato il tuo sogno, no?". Volete proprio saperlo: ci sono dei giorni in cui Roberto mi snerva.

E anche il famoso "congedo di maternità" ormai volge al termine ". La mia collega Donatella mi ha detto al telefono che in ufficio non vedono l'ora di rivedermi. La sostituta ad interim, che ha svolto il lavoro in mia assenza, è un'oca impenitente e ha accumulato pasticci su pasticci. Sono tutti sollevati al solo pensiero di rivedermi in azione, competente e professionale come sono (è Donatella a dirmelo). Allo stesso tempo sono felice che non hanno trovato la perla rara. Di quelle che macinano il doppio del mio lavoro, sempre con il sorriso sulle labbra. Di quelle sostitute che, senza averne l'aria, vi spingono insidiosamente verso la porta di uscita.

In attesa, prima di riprendere il controllo del nuovo cliente, bisognerà svezzare Giulio. Vale a dire rimpiazzare il tenero corpo a corpo della poppata al seno con un biberon di latte tiepido. Ho (chiaramente) letto tutto quello che era possibile leggere sullo svezzamento. Testi di psicologia "...e a questo punto il neonato prova un trauma: lo svezzamento: è la fine della perfetta simbiosi tra madre e figlio"; manuali specializzati: "svezzate con dolcezza! E' possibile che il vostro bebè rifiuti questo primo biberon. Non forzatelo!".

Mi preparo al peggio. Abituata come sono ai grandi pianti acuti di cui Giulio è specialista non appena c'è qualcosa che non gli va a genio.

Come si consiglia nel capitolo "Lo svezzamento", nei manuali specializzati, domando diplomaticamente al padre di dare lui questo famoso, primo biberon. E osservo da lontano la scena. Previdente e pronta, se il caso, ad offrire l'ultima poppata al mio piccolo affamato. Ma, con mia grande sorpresa, tutto fila liscio. Il bebè sembra trovare assolutamente di suo gradimento il biberon di latte in polvere diluito in acqua minerale. Goloso, tira dalla tettarella in silicone. E conclude il suo pranzetto con un erutto di apprezzamento... in fin dei conti, un po' impertinente, questo bambino!


 

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