CAPITOLO 13  - UN GIOIOSO RIENTRO

Il nostro cucciolo, Neve, ci aspetta sulla soglia di casa, tutto incuriosito dall'angelico fagotto azzurro che porto fiera in braccio. L'appartamento è ordinatissimo. Roberto, che due giorni dopo il parto aveva invitato alcuni amici per festeggiare (si sono scolati la bellezza di tre barilotti di birra alla salute del bebè e della sua mamma), ha messo tutto in ordine: sembra di essere in una di quelle pubblicità dei detersivi. Che uomo squisito!

Come a Natale, ci sono i pacchetti con i doni disposti in un angolo del soggiorno. Guarda, guarda: ancora dei peluche, dei calimeri e delle pantere rosa: quando, invece, avremmo bisogno di un mixer o di una tenda per il passeggino. Lo giuro, per il prossimo bambino prepareremo una lista in un negozio specializzato.

Per nulla impressionato dalla deliziosa culla di merletto inglese, dai mobili spiritosi, dai quadretti con i clown e dai poster di Mowgli che decorano la sua stanzetta, ecco che Giulio comincia a sbraitare. "E' stanco, lo metto a dormire" dico al padre. "Non credi invece che abbia fame?" azzarda lui. "Fame? Ma se ha mangiato appena tre ore fa!".

La questione è molto delicata: devo continuare a rispettare, anche a casa, i rigidi orari e la disciplina quasi militare del reparto maternità che il piccolo ha conosciuto durante la sua prima settimana di vita? O è meglio liberarsi di queste regole prestabilite, per aiutare Giulio a trovare il suo proprio ritmo?

E se tutto questo portasse dritto dritto all'anarchia alimentare? Un bebè che si alimenta secondo il principio della domanda, non diventerà poi un soggetto capriccioso, un tiranno in calzoncini corti o, ancora, un potenziale delinquente? Ma quando si applica una disciplina molto severa, non si rischia di far venir su uno di quei ragazzi complessati che affollano gli studi degli psicoanalisti? "Aspetterò un pochino" dico a Roberto, che ha sicuramente notato che ho slacciato i primi due passanti del mio corpetto.

Dopo il via vai incessante della maternità e la ridda di telefonate, siamo dei genitori felici e bisognosi di riposo e tenerezze. Roberto ha trascorso la settimana nutrendosi di pizze surgelate; io, invece, di scipite pietanze ospedaliere. Adesso, il mio sogno sarebbe di cucinare un ottimo stufato per il mio uomo e, poi, passare con lui una serata a non fare niente, divertendoci insieme a immaginare le future prodezze del nostro adorabile bambino...

Ma mi sbaglio. Diciamo che la prima notte di Rossi junior al suo nuovo domicilio non è, proprio, di tutto riposo. Dopo il bagno (peccato che abbia dimenticato di arrotolare la manica prima di controllare la temperatura dell'acqua con il gomito, come prescrive Laurence Pernoud) e la poppata della sera (e tre rigurgiti abbondantemente fluidi) è l'ora di mettere Giulio a letto. Si addormenta senza ostacoli. Tutti contenti, mano nella mano, i giovani genitori si siedono soddisfatti e sollevati davanti al telegiornale delle 19 e trenta.

Stanno per fare progetti su una passeggiata ai giardini il giorno dopo, domenica, quando dalla camera del piccolo si leva uno strillo acuto. Gioviale e sorridente come un neo-papà in una pubblicità di pannolini ultra-assorbenti, Roberto va a prendere suo figlio, tenendolo in braccio rannicchiato contro la spalla destra, come ha visto fare dalle graziose puericultrici alla maternità. Non se ne parla proprio di smettere di camminare né tantomeno di mettersi a sedere: al Signor Bebè piace stare in movimento. Dev'essere la sua natura. Gli do il cambio e rovisto nei cassetti della mia memoria trentennale alla ricerca di una qualche strofa di ninna nanna, dolce come quelle che mi cantava mia nonna quando portavo ancora i colletti bianchi ricamati.

La serenata da i suoi frutti. Il piccino ha già gli occhi semichiusi. Con la prudenza di una Mamma Sioux, i cui bambini sono insonni, mi incammino verso il fondo dell'appartamento per deporre il bimbo nella sua culla. Proprio in quel momento, il nostro vicino del piano di sopra, con il quale fino a quel momento avevamo intrattenuto rapporti abbastanza cordiali, fa sbattere violentemente la porta del bagno e sveglia di soprassalto il Pupo, che riprende a strillare.

E così la lunga deambulazione nel nostro tre vani più cucina riprende il suo corso... A mezzanotte, ho ampiamente esaurito il mio repertorio di canzoncine sciocche del tipo: "Ninna nanna, ninna oh ", "Piove, o pastorello", compresi i vecchi successi di Cristina d'Avena, che però capitano a fagiolo. Il piccolo scivola nel sonno ed io posso adagiarlo con sollievo nel suo lettino.

Mi devo però arrendere alla crudele evidenza che tra 45 minuti esatti, il pupo, che ha sicuramente inghiottito un orologio svizzero, reclamerà la sua poppata. Roberto, bell'e pronto con il suo pigiama grigio, si è già infilato tra le lenzuola. Quanto a me, non vale neanche la pena che mi addormenti. Mi siedo davanti alla tivù, aspettando il risveglio di Giulio.

Un ora più tardi, il bebè ha già poppato, fatto il suo ruttino e si appresta ad iniziare la seconda metà della notte. Mi addormento con un occhio solo, perché alle quattro e mezzo reclamerà di nuovo il dovuto. Non illudetetevi: raramente i neo papà sono contrari all'allattamento al seno. Infatti, oltre al fatto che il latte materno è totalmente gratuito (il latte in polvere invece è rovinosamente caro, argomento generalmente decisivo per i tirchioni), non deve essere riscaldato a bagnomaria e abbonda di preziosi acidi grassi che il latte artificiale non contiene, questo metodo di allattamento è per i padri infinitamente più riposante: usando il biberon, per loro è decisamente più difficile persuadere la sposa che soltanto lei può occuparsi del maledetto pasto delle quattro e mezzo del mattino.


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