CAPITOLO 11  - LA RIBELLIONE

Dalla mia stanza, in fondo al corridoio, sento arrivare i bebé. Sento il chiasso infernale dei carrelli che vengono spinti e urtati e dai quali si levano urla affamate e stridule. Ad una ad una le porte vengono aperte e le grida si placano. Nel baccano distinguo una voce in particolare, una voce che sovrasta tutte le altre fino all'ultimo: è quella di Giulio, che fa il suo ingresso nella mia stanza in braccio alla puericultrice, che brandisce un termometro con la mano libera. "Prima misuriamo la temperatura, poi allattiamo" dichiara, e, con fare schietto, mi mette in braccio il bebé urlante, che gira la testa di qua e di là e reclama la pappa a becco spalancato. Ma ogni volta accade la stessa cosa. E' ghiotto come non mai; Giulio si allunga verso il seno, ma non sapendo neanche lui bene come fare, si arrabbia, sbraita e inghiotte aria, con mia grande costernazione. A quel punto la puericultrice-capo sventola l'ultima trovata: un tiralatte. "Visto che a lei il latte non manca, tanto vale darglielo; riempiamo il biberon e il bambino dormirà tutta la notte". Argomento spiazzante. Acconsento e la donna in camice bianco mi applica, con trasporto quasi feroce, uno strano apparecchio, che si rivelerà ben presto uno strumento di tortura. Davanti ai miei occhi inorriditi, il mio seno si trasforma in una mammella di caucciù. Maneggio febbrilmente il barbaro marchingegno per rallentarne l'azione e la trazione si blocca. Mi staccherà il seno, questo è poco ma sicuro. E poi, tutto questo per un magro risultato che la puericultrice in camice bianco liquida con: "Tutto qui? Poverino, non è certo questo che gli calmerà lo stomaco!".

La mattina dopo, mi sono già ripresa. Non mi lascerò prendere in giro così. Non appena arrivano i medici e gli infermieri, mi drizzo a sedere contro i cuscini e con aria determinata, ma anche patetica, dico: "Forse sarò una madre indegna, ma vi avviso: non intendo farmi mungere !".


 

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