CAPITOLO 10  - LO CHIAMANO BABY BLUES

Mi si potrebbe lasciare un po' in pace? La dolce zietta di Roberto, col suo sorriso cavallino e i suoi 750 grammi di cioccolatini, forse non sa quanti chili ho messo su con la gravidanza e quanti me ne restano ancora da perdere! E mio cugino Piero, con i suoi quattro bambini da 1 a 5 anni, ha la memoria così corta da aver dimenticato che una giovane puerpera ha bisogno di riposo?

E la mia cara suocera, che è là tutti i santi giorni dalle 10 alle 16 e non mi risparmia nessuna delle sue interminabili conversazioni. Sono costretta a rispondere, quando invece avrei voglia soltanto di una cosa: un po' di pace.

Chiaramente, durante la mia gravidanza, avevo letto tutto sulla depressione post-parto. Con la ragione mi sembrava inconcepibile che ci si potesse deprimere dopo aver conosciuto quanto di più grandioso riserva a noi donne l'esistenza: dare la vita. Ebbene, avevo torto.

Come da copione arriva l'immancabile Martina, con in braccio il circa quattordicesimo pupazzo che il piccolo ha ricevuto dopo soli tre giorni di vita e chiaramente dice la sua in proposito: "La vita da adulto comincia adesso, mia cara, piena di responsabilità!" mi istruisce tendendomi una copia del libro "Il mito della cattiva madre", di Jane Swigart, un opera destinata ad instillare angosce esistenziali alla prima mamma capitata sotto tiro. Lo raccomando agli ottimisti incurabili e agli spiriti gioiosi: avranno finalmente l'occasione per farsi venire il sangue amaro.

Guardo il piccolo dormire il sonno degli angeli. Tra un quarto d'ora dovrò dargli di nuovo il seno. Alla sua tenerissima età niente è lasciato al caso. E' annotato tutto su una tabella al lato della sua culla di plexiglas trasparente: la qualità delle feci, l'abbondanza dei rigurgiti (sul mio pigiama di seta), la temperatura e l'ora dei pasti. L'allattamento è faticoso. Durante la fase di montata lattea, ho il seno gonfio e dolorante. Ma resisto. Tutto quello che chiedo è di lasciarmi allattare il piccolo con una certa calma. Con tutte queste puericultrici che si affacciano nella stanza, le telefonate, le visite inattese, o ancora la terapista (una sadica?) che vuole cominciare le sedute di rieducazione del perineo, non si può dire che sia una gioia.

Ieri ho avuto addirittura l'onore della visita del Grande Capo, che ha posato sul mio letto un mazzo di rose gialle (ovviamente non c'è più un vaso vuoto: con tutti i bouquet che ho ricevuto la stanza sembra il fiorista all'angolo) facendo finta di non accorgersi che il piccolo si concentrava sulla poppata di alta gastronomia.

Di fronte ad un neonato, è inevitabile che ogni visitatore del reparto maternità, sorvegliato dagli sguardi dei suscettibili genitori, si senta in obbligo di assecondare il giochino delle somiglianze. Il tutto per animare la conversazione. Un momento stremante per il padre, che immancabilmente crede che il figlio gli somigli. Poi, per la madre, che non ha dubitato un solo istante di avere messo al mondo una piccola meraviglia. L'irresistibile frugoletto avrebbe il naso dello zio Giorgio, il sorriso della zia Alina, il mento del cugino di Roberto e gli occhi di mia suocera? Senza parlare poi delle orecchie di mia cugina Clara, che vive in Canada. Andiamo, se fosse vero, non ci resterebbe che emigrare verso un'isola deserta, aspettando il momento giusto per un'operazione estetica. La gente si inventa veramente di tutto!


 

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